La realtà "Parco", con le sue opportune esigenze di tutela, voluta dalla legge del 1935, venne calata su di un territorio assai diversificato. Contrariamente ad altre zone d’Europa e del mondo, che trasformavano in area protetta vaste porzioni di foreste e di deserti, di lagune e di biotopi disabitati o quasi, la legge istitutiva comprese nel Parco anche paesi e strutture produttive.
Ciò vale soprattutto per la frazione sud tirolese, ma interessa pure la parte trentina, con le terre alte di Peio e Rabbi. Siamo qui in presenza di un territorio abitato da sempre: per Peio dall’età del bronzo, per Rabbi da una decina di secoli. "Prima c’era la popolazione, in seguito venne il Parco": tale assioma va giustamente ricordato, per non stravolgere in "museo naturalistico" una realtà umana viva e laboriosa.

La colonizzazione di Peio, che risale alla notte dei tempi, è legata ad almeno due fattori: l’ottima insolazione dell’ambiente con abbondanza d’acqua e la vicinanza di due passi montani, che mettono in comunicazione il Trentino con la Lombardia (Montozzo e Sforzellina).
Per Rabbi variano le cause del popolamento, avvenuto dopo il Mille: quell’area costituì una valvola di sfogo all'accresciuto numero di abitanti della Val di Sole. Da sette villaggi del fondovalle partì una valorizzazione progressiva di Rabbi, che si completò intorno al XV secolo.

Da sempre, la vita delle comunità lì stabilite non fu solo di tipo stagionale: si consolidarono strutture di autogoverno, documentate dal 1300 nelle carte di regola di Peio e nella tradizione delle "Consortele" a Rabbi.
Gli abitanti si riconobbero  legittimamente rappresentati nei loro organi amministrativi comunali e frazionali e sulla base di quel regime democratico si diedero norme e direttive.
La vita sociale era regolata dalla turnazione delle cariche annuali e dalla possibilità per tutti di accedervi, la libera elezione dei responsabili della cosa pubblica costituì un orgogliosa affermazione di autonomia, almeno fino al XIX secolo.
Le varie attività economiche, che volutamente mantenevano un delicato equilibrio ambientale, con la tutela dei beni comuni (boschi, pascoli, malghe, corsi d’acqua, strade), erano legate alla coltivazione dei campi, all’allevamento del bestiame, alla lavorazione dei prodotti caseari, ad un piccolo artigianato dettato dalla necessità (tessitura, fabbricazione di utensili in legno ed in ferro, carpenteria).
La vita materiale si concretizzava in lavori stagionali ben definiti e nella ricerca di aree da coltivare per l’aumentata popolazione.

Comune era la visione della vita, la "filosofia" dell’esistere, che si esplicitava nel rispetto per il luogo e per i beni comuni; nell’armonica integrazione fra abitanti e territorio, dove la cura per il mantenimento delle strutture di uso collettivo era addirittura codificata fin nei particolari.

La ricerca di soluzioni non traumatiche nell’edificare, nel coltivare la terra, nel dissodare spazi nuovi era un imperativo connaturato col buon gusto e la modestia degli abitanti delle valli. Rispetto delle tradizioni ed accoglienza della novità non erano conflittuali, e così per secoli, con una mentalità matura ed un tenace senso di responsabilità.
Virtù civiche da rivitalizzare in un tempo in cui i conflitti e le rivendicazioni hanno soppiantato l’armonia della convivenza fra l’ambiente ed i suoi abitanti.


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